Rock Metal Fest – recensione

Pulsano (Taranto), 17 Agosto 2015 – Rock Metal Fest – Zona Industriale
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“Il Rock’n’Roll morirà entro giugno” – Dalla rivista Variety, 1954.

A dispetto di quanto scritto 61 anni fa sulla rivista Variety, il rock’n’roll non solo non è morto, ma è cresciuto e si è moltiplicato in infinite versioni assumendo le sembianze di una enorme ed invincibile “bestia” proteiforme.
La linfa vitale di questa bestia è stata, da sempre, l’adrenalina giovanile ed il desiderio di creare/ascoltare qualcosa di più nuovo, più pesante e più estremo del semplice rock. La “mutazione” metal, in particolare, è stata quella che ha sviluppato le combinazioni più varie e numerose.
Esempio tangibile di quanto sopra affermato è quello che è accaduto durante la settima edizione al Rock Metal Fest, che ha visto esibirsi cinque band, diverse tra loro, ognuna con il proprio stile ed ognuna con il proprio sound, ma in definitiva tutte “toccate” dal sacro ed originario fuoco del rock’n’roll.

Il Fest si è messo in moto con il nu-metal venato di hip-hop dei baresi Whattafuck!?, la loro esibizione è stata davvero coinvolgente, il vocalist Frak è riuscito a convincere i presenti, sparsi qua e là nell’area destinata all’evento, a radunarsi sotto il palco. Con maestria la band ha stimolato pogo e danze scatenate. Pezzi come “Da sotto”, “Never Learn” e “Vecchi propositi”, basati su ritmi spezzati e testi provocatori ed intelligenti, sono riusciti nel non semplice intento di scaldare l’atmosfera.

 

Poi è toccato ai tarantini BlindCat tenere alta l’attenzione degli spettatori. Il gruppo ha brillantemente superato alcuni iniziali problemi di audio grazie alla professionalità del cantante Gianbattista Recchia, il quale, senza perdersi d’animo, ha occupato il tempo necessario a ripristinare la normalità incitando il pubblico a seguirlo in una serie di vocalizzi via via sempre più complessi. Eliminati gli ostacoli, il set è poi ripartito alla grande: i ragazzi hanno suonato quasi tutti i brani contenuti nel cd d’esordio Black Liquid. “Pride”, “Ordinary Day” e “Evil Mind” hanno lasciato il segno e ha sorpreso in positivo la rilettura in chiave moderna del grande classico di Alice Cooper “Black Widow”. Il loro è di fatto un hard rock vigoroso con le basi ben salde negli anni settanta, ma al passo con i suoni ed i gusti di questo terzo millennio. Ottimo il lavoro del chitarrista Domenico Gallo, che cesella riff e assoli avendo alle spalle la garanzia di una sezione ritmica precisa e compatta.

 

A seguire, i Rublood hanno portato sul palco le sonorità dell’industrial metal. Una inquietante base musicale di tastiere (che imita una spinetta) ha introdotto la possente “Rainfall” e ha dato il “la” allo show della scatenata ciurma capitanata dall’istrionico Ruben Roll. Il leader (altissimo e con una lunga criniera di treccioline) con i suoi salti ed i suoi movimenti ha fatto subito scattare l’headbanging tra le prime file. Ritmi marziali, riffing serrato, atmosfere dark e tanta follia sono i punti di forza di questi torinesi, che hanno riversato sulla folla il meglio dell’album Star Vampire e cioè la titletrack e i brani “Through the Looking Glass”, “Electro Starfuckers” e “Policy of Truth”.

 

Nella serata non poteva mancare l’hard rock di stampo USA, ben rappresentato dall’energia dei partenopei Hangarvain. L’ascolto delle loro canzoni proietta la gente direttamente sulle polverose highways americane scaldate, però, dal sole della nostra Napoli. Le qualità compositive della band sono eccellenti: “Through the Space and Time”, “Get On”, “Free Bird”, “Knock Back Doors” e “Mary Jane” hanno tutte le carte in regola per avere successo: cori e armonie vocali, ritmiche hard and blues e assoli fulminanti. Sul palco sono in quattro, ma sembrano un esercito. Bravissimi, massimo rispetto per band di questo calibro.

 

A fine serata è arrivato il momento del metal per palati forti, lo stage è stato occupato dai romani Profiles in Terror, coesi, potenti ed entusiasti di suonare per la prima volta fuori dalle mura della capitale. Autori di una prestazione molto tecnica, hanno prosciugato le ultime forze ad un gruppetto di astanti che ha pogato sino allo sfinimento. “Waiting for salvation”, “Ravenouse”, “Noises” e “Blood sweet and tears” sono brani violentissimi costruiti fondendo thrash e death metal che il growl di Emanuele Capelli ha reso ancora più oscuri.

 

Così, passata l’una di notte, si è concluso un evento quasi perfetto, scriviamo “quasi” solo perché non sono intervenuti i veronesi Dark Ages – impossibilitati ad essere presenti per impreviste cause di forza maggiore – che avrebbero difeso i colori del prog metal.

Per il resto, l’organizzazione da parte della Rock Metal Events (ricordiamo che si tratta di una associazione Onlus senza fini di lucro) è stata all’altezza delle passate edizioni, anzi, si è addirittura superata mettendo a disposizione un palcoscenico da urlo (120 metri quadrati!) con tanto di illuminazione e led wall sul quale scorrevano immagini astratte e i logo delle band che si sono avvicendate nel corso del fest. Sei mesi di duro lavoro e preparazione per offrire cinque ore di buona musica e sano divertimento.
All’interno della location (un enorme parcheggio nella zona industriale sita poco distante dalle ultime case) non è mancato nulla: negli stand presenti è stato possibile acquistare cd, vinili, magliette, merchandising vario, braccialetti, collane e persino distorsori e pedaliere costruiti artigianalmente.

La gentilezza e cortesia di tutti i volontari (dalla security all’assistenza al palco, dal coordinamento band a chi somministra birre e panini) ha reso indimenticabile la giornata.
Se il Rock non è ancora morto lo si deve a tutte queste persone piene di voglia di fare, mosse dal solo desiderio di far stare bene gli altri e di creare uno spazio di aggregazione di vitale importanza. Di questi tempi mettere insieme quattro-cinquecento persone è molto difficile, vuoi per la crisi generale che attanaglia il Paese, vuoi perché i contatti con la gente ora si mantengono con la testa bassa su un cellulare, su un tablet o su un dannato computer. Invece, qui senti, trovi e capisci ancora cosa è il calore umano. Si incontrano vecchi amici, si incrociano musicisti di band locali (e non solo), che qui hanno già suonato o che qui in futuro verranno a suonare. Ma soprattutto qui nascono anche amori e nuove amicizie, insomma, guardarsi negli occhi non è come comunicare attraverso lo schermo di un freddo mezzo tecnologico. Nostalgia dei bei tempi andati? Forse.

Rincuora aver visto tanti, ma tanti giovanissimi, così come anche intere famiglie e, addirittura, qualche anziano.
E così come c’era da aspettarsi dai “metallari” (gente che – come ormai si legge in molti articoli e come dimostrato in alcuni studi – ha un quoziente di intelligenza ed una preparazione culturale superiore alla media), la manifestazione si è svolta nella massima tranquillità e senza alcun incidente.

C’è un altro fattore che tiene in vita la “bestia” di cui parlavamo all’inizio e che contribuisce a diffondere il “Verbo” del rock’n’roll: il grande cuore delle band, soprattutto quelle venute da più lontano (Torino, Roma e Napoli, come si è già detto), le quali si sono esibite gratuitamente sopportando lunghi viaggi e notevoli spese (benzina, vitto e alloggio) solo per proporre la propria musica e vivere una nuova e memorabile esperienza.

“Il rock’n’roll morirà entro giugno” … Sì, sì, come no. Ormai siamo ad Agosto!!!

Scritto da “Eric” G. Laterza

Fonte http://www.artistsandbands.org/ver2/recensioni/recensioni-live/7420-rock-metal-fest-pulsano-ta-17-agosto-2015

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